Se andate di paese in paese in questi giorni, vedrete naturalmente cose diverse in diversi contesti.
Tuttavia troveremo un aspetto comune che si può esprimere in tre condizioni universali.
La prima condizione è il divario ecologico, che si manifesta nei fenomeni di una rapida crescita del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità.
E siamo tutti consapevoli di questi fenomeni.
Al centro di quel fenomeno è un profondo distacco tra il sé e la natura.
La seconda condizione è collegata al divario sociale che si manifesta nella rapida crescita di polarizzazioni nelle società, di disuguaglianze sociali, violenza e guerra. Quindi, in sostanza, la seconda condizione universale descrive il fenomeno di società che iniziano a cadere a pezzi, che perdono la loro connessione e la loro capacità di avere senso insieme e rispondere alle sfide che dovremmo affrontare in questo secolo, proprio nel momento in cui c’è più bisogno. Al centro di questa seconda condizione è una profonda disconnessione tra sé e gli altri.
Poi c’è una terza disconnessione e una terza condizione universale.
Essa si sta manifesta in tutti i fenomeni intorno ad un senso collettivo di depressione, di un sentire collettivo che “non c’è niente che possiamo realmente fare per tutto questo”. E’ un sentire collettivo di impotenza e disperazione. Ha a che fare con una disconnessione tra sé e sé, tra chi sono oggi e chi potrei essere domani. Quindi è una disconnessione tra la mia attuale esperienza e la mia capacità di accedere alle mie vere fonti di creatività. E’ il divario personale.
È un cambiamento di coscienza.
Come può ognuno di noi abbandonare i vecchi modi di lavorare e acccogliere le nostre innate abilità per un lavoro significativo che contribuisce al benessere di tutti?
Come possiamo imprare che un modello di lavoro collaborativo non causa la perdita della produttività?
Come può la nostra comunità rafforzare il suo legame sociale e il suo senso di appartenenza?
Come posso trasformare la domanda “Perché non capiscono che ho ragione?” in “Cosa non capisco del loro modo di pensare?”
Come creare una pratica più sostenibile ed ecologica all’interno della nostra infrastruttura di comunità e di servizio?
Come possiamo coltivare la compassione e coraggio di fronte al giudizio, alla collera, e alla paura?
Come agire per il benessere delle nostre comunità globali e degli ecosistemi planetari?
Ma non so come.
Secondo uno studio recente, tre su quattro persone nei paesi del G20 hanno questa sensazione.
Sono a sostegno di una trasformazione della nostra economia, per affrontare meglio il cambiamento climatico,
per affrontare meglio la disuguaglianza sociale.
Eppure l’azione collettiva non si sta ancora manifestando.
Ma quel senso del sì, voglio essere parte di una storia diversa, è nato.
E’ una forza inconsapevole, come un onda in preparazione.
Otto Scharmer, economista, MIT






